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Deontologia forense sui social: cosa non pubblicare
· 5 minuti di lettura
La deontologia forense sui social non cambia le regole: le applica a un posto nuovo. Quello che vale per un sito, una targa o un'intervista vale anche per un post, una storia o un commento. Il problema è che sui social si pubblica in fretta, e alcune situazioni sembrano innocue finché non le guardi con attenzione.
Questo articolo raccoglie i casi dubbi più frequenti, quelli in cui è facile sbagliare in buona fede. Non è un parere legale e non sostituisce il Codice deontologico forense né le indicazioni del tuo Consiglio dell'Ordine: è un promemoria di prudenza per chi scrive i contenuti dello studio.
Li abbiamo divisi in tre gruppi: cronaca e colleghi, clienti e risultati, foto e piccoli dettagli.
Deontologia forense sui social: le regole valgono ovunque
Il principio di partenza è semplice: il canale non cambia ciò che si può dire. Correttezza, verità, sobrietà, riservatezza e rispetto per colleghi e magistrati valgono in un post come in un convegno. Valgono anche per le storie che durano un giorno, per i messaggi privati e per i commenti lasciati sotto i contenuti di altri.
Valgono pure quando a pubblicare non è l'avvocato: un collaboratore, la segreteria, un aiuto esterno. Quello che esce a nome dello studio parla per lo studio, per questo ogni contenuto va letto da un avvocato prima di uscire.
Casi di cronaca, colleghi e magistrati
È il terreno più scivoloso, perché la tentazione di commentare è forte.
- I casi di cronaca giudiziaria. Spiegare in generale come funziona una procedura di cui tutti parlano può essere utile. Commentare le persone coinvolte, prevedere come finirà o giudicare le scelte di chi difende è un'altra cosa. In linea generale conviene restare sull'istituto e non sul caso.
- I casi che segui. Anche se sono già sui giornali, i dettagli che conosci per il tuo incarico restano riservati. Il fatto che una notizia sia pubblica non rende pubblico ciò che sai come difensore.
- I colleghi. Niente commenti sul lavoro di altri avvocati, nemmeno indiretti, nemmeno con una battuta o un'emoji.
- I magistrati e le decisioni. Si può spiegare cosa prevede una sentenza importante; i toni sprezzanti e le critiche personali sono da evitare.
Un test utile: se quello che stai scrivendo lo diresti con lo stesso tono davanti al tuo Consiglio dell'Ordine, probabilmente va bene. Se ti viene da aggiungere «ma è solo un post», fermati e rileggi.
Clienti, ringraziamenti e risultati
Qui l'errore nasce spesso dalla gentilezza.
- I ringraziamenti dei clienti. Un messaggio di gratitudine fa piacere, ma ripubblicarlo come una recensione lo trasforma in pubblicità del risultato. Di regola è più prudente tenerlo per sé.
- I nomi dei clienti, anche noti, anche con il loro consenso: le regole sull'informazione li limitano in modo preciso. Verifica prima di citare chiunque.
- I risultati ottenuti. «Causa vinta», «obiettivo raggiunto», una foto sorridente fuori dal tribunale con la didascalia giusta: anche senza nomi, suonano come una promessa per il prossimo cliente.
- Le foto con i clienti, anche a un evento o a una cena: possono rivelare un rapporto professionale che il cliente non vuole far sapere.
Per lo studio d'esempio dell'avvocata Elena Moretti (nome inventato), la regola interna potrebbe essere molto semplice: nessun contenuto parla di un cliente, di un esito o di un ringraziamento ricevuto. Se un tema nasce da una pratica seguita, si racconta solo l'istituto, in forma generale e senza dettagli che permettano di riconoscere la vicenda.
Foto, titoli e piccoli dettagli
Ci sono poi errori più piccoli, che passano inosservati a chi pubblica ma non a chi guarda.
- Le foto in aula e in tribunale. In linea generale non si fotografano udienze, atti o persone senza autorizzazione e senza consenso. Anche un selfie nei corridoi può inquadrare chi non vuole essere visto.
- La scrivania e lo schermo. Un fascicolo aperto o una mail leggibile sullo sfondo bastano a rivelare dati riservati. Prima di scattare, guarda cosa c'è dietro di te.
- I titoli. Parole come «specialista» o «esperto» seguono regole precise: usale solo dopo aver verificato di poterlo fare. In alternativa, descrivi le materie di cui ti occupi.
- I toni da offerta. Sconti, scadenze, «solo per questo mese»: anche in una storia che sparisce dopo un giorno restano toni promozionali.
- I «mi piace» e le condivisioni. Condividere un contenuto di altri è un modo di farlo tuo: leggilo tutto prima di rilanciarlo, commenti compresi.
Nessuno di questi errori è grave da solo, ma insieme danno l'immagine di uno studio poco attento. Per fortuna sono anche i più facili da evitare con un controllo prima di pubblicare.
Domande frequenti
Posso parlare di un caso di cronaca?
Puoi spiegare in generale l'istituto o la procedura di cui si discute, con tono informativo. Meglio evitare giudizi sulle persone coinvolte, previsioni sull'esito e commenti sul lavoro dei colleghi.
Un cliente mi ha scritto un ringraziamento: posso condividerlo?
Di regola è più prudente di no, perché diventa un messaggio pubblicitario basato sul risultato. Per il tuo caso specifico chiedi indicazioni al tuo Consiglio dell'Ordine.
Le storie che durano un giorno contano lo stesso?
Sì. Una storia si può salvare, fotografare con una schermata e far girare. Valgono le stesse attenzioni di un post che resta sul profilo.
Per cominciare
Scorri gli ultimi due mesi di contenuti dello studio, storie comprese, con questi tre gruppi in mente. Se trovi un ringraziamento ripubblicato, una foto in aula o un commento di troppo, toglilo: si fa in pochi minuti. Qui sopra c'è il preventivo istantaneo: tre domande e una cifra indicativa per contenuti che passano sempre dall'approvazione dello studio.